Perché ogni faccia assomiglia al suo nome?

Un affascinante studio statunitense conferma ciò che proviamo ogni giorno: la nostra abilità di associare volti a nomi è il frutto di una curiosa intelaiatura di stereotipi sociali.

Per quale ragione, quando abbiamo di fronte alcune persone e sappiamo i nomi ma in modo dissociato, tendiamo ad accoppiarli con una certa precisione? Insomma, perché sappiamo che quel tipo ha la faccia da Simone e quell’altra da Lorena? E perché, se così non è, ci stupiamo (“Avrei detto che ti chiamassi Giulia!”). Non è solo una leggenda metropolitana. Il fatto, sostiene uno studio appena pubblicato, è che le persone tendono ad adattarsi (to fit, si dice in inglese, si adeguano per così dire) al nome che portano.

E quindi i connotati di Simone finiscono per comunicare i suoi estremi.

Si tratta ovviamente di una conseguenza degli stereotipi. Che tuttavia, nel corso del tempo, hanno costruito secondo un’indagine firmata dall’American Psychological Association, qualcosa di reale. Cioè delle effettive corrispondenze fra nome e volto, aspetto e appellativo. La ricerca, pubblicata online, dimostra come le persone siano sorprendentemente in grado di collegare con una certa abilità le facce delle persone con i loro nomi. E perfino i computer, quando appositamente programmati con degli algoritmi ad hoc, ci azzeccano.

Per dimostrarlo Yonat Zwebner, all’epoca dell’indagine Ph D alla Hebrew University di Gerusalemme, e la coautrice Ruth Mayo hanno reclutato centinaia di partecipanti fra Francia e Israele. Poi, a ciascuno di essi, hanno mostrato un volto e domandato che nome gli avrebbero assegnato scegliendo da un elenco di quattro o cinque scelte, non di più.

Il risultato? I partecipanti hanno preso il nome con percentuali superiori a quelle legate al caso, a seconda dei casi fra il 25 e il 40%, una forchetta impressionante. Ovviamente l’esito è legato al contesto sociale: i volontari israeliani se la sono cavata meglio con nomi locali e quelli francesci idem. Ma il fenomeno rimane ed è trasversale. Oltre che estremamente divertente.

fonte: vanityfair.it

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